Confessioni di un editato

Cara lettrice sconosciuta,

Ah, la scrittura…
Una bestia selvaggia, pressoché indomabile.
In tempi moderni potremmo perfino dire che sia uno dei due famosi liocorni.
Per averne prova basta aprire una qualsiasi rete sociale. O WhatsApp. Perfino un quotidiano, diamine!
Ovunque tu legga, l’elusiva scrittura si fa beffe di noi: periodi contorti, errori grammaticali, mancanza di punteggiatura, inglesismi… Tutti insieme appassionatamente.

Sembra che nessuno si salvi. Persino gli autoeletti difensori del Giusto, spesso e volentieri, sono vittime di sviste, regionalismi e… quant’altro.

Sì, quant’altro. Mi sono stufato di quest’incipit lagnoso e rococò e non ho più voglia di pensare al prossimo item dell’elenco.

Ciò che, tagliando corto, volevo dire è che scrivere è difficile. Scrivere bene è anche peggio. E scrivere perfettamente è un’illusione.
Quasi tutto quello che leggi è sceso a patti con la necessità di essere letto, riletto, corretto, betaletto, ricorretto, editato, revisionato, riricorretto, ririletto e vistobuonato.

È un brutto affare, lento e prone al mistake umano. Ma, a differenza del celebre matrimonio, s’ha da fare, sia domani sia sempre.
Altrimenti: vedi incipit lagnoso e rococò.

Io per primo sono vittima di brutta scrittura – per natura – e subito dopo anche vittima di mancata revisione di bozze – per scelta. Anzi, per pigrizia (che quindi è come dire per natura di nuovo, scusami). Ed è per questo che quando di mezzo c’è un libro, e non un post come questo, ho dovuto, provato e spero saputo mettere l’ego da parte e mi sono affidato a un paio di occhi in più (un paio di carriole cariche di occhi in più, in alcuni casi).
Ed è giunto il momento di apologiare gli editor e amici e famiglie e mani e braccia e occhi venuti in mio soccorso.
Ahem!

Grazie, senza di voi il mio libro non sarebbe lo stesso.

Un po’ sbilenca come apologia, ma il punto che mi interessa è questo: quanto sono cambiati i miei libri? Quanto di me rimane nel libro?
Se mettessimo insieme ogni singola correzione apportata, quante parole originali rimangono? Cioè quella parola esatta e in quel punto preciso per mio volere? A volte i cambi sono leggeri, a volte pesanti.
Mi viene da pensare che, ormai, l’autoria del libro non sia solo mia. Dove si traccia la linea?

Il bilancio è senz’altro positivo: due occhi vedono effettivamente meglio di uno, e i miei non sono dei più vispi. Altrove invece, sento che sono sceso a compromessi stilistici che non nuocciono, ma fanno sì che quella che è la mia voce si perda un po’ (bella o brutta che sia).
Chissà, forse ciò che io riteveno gagliardo e originale avrebbe fatto storcere il naso ai più, non sarebbe stato capito da molti, e avrebbe offeso i restanti.

Devo ammettere che spesso mi concedo citazioni, omaggi e cenni a opere (di ogni tipo) piuttosto di nicchia. A volte nicchia profonda, cioè periferia inoltrata di quella nicchia in concreto. Direi che è comprensibile che molti degli editor e amici e famiglie e mani e braccia e occhi venuti in mio soccorso mi consiglino di eliminare queste parti.

Forse, però, quei cenni che si rivelano incomprensibili per le persone della mia cerchia di contatti — che ci tengono, tra l’altro, a farmi notare che nessuno capisce mai quello che dico e sostengono che io sia un po’ speciale (nel senso cattivo)— verrebbero colti da te, lettrice sconosciuta.

E io ne godrei molto.
Perché quando sono io quello che coglie citazioni, omaggi e cenni di questo tipo in opere altrui, mi sento un po’ speciale (nel senso buono) e penso che quell’autore lì sia uno dei miei.

Quindi, per favore, se cogli una citazione, omaggio o cenno, nei miei libri, sentiti un po’ speciale anche tu. Non star lì a preoccuparti troppo se nel senso buono o cattivo, l’importante è che anche tu sia una dei nostri.

Photo by Julia Joppien

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