L’importanza di essere ernesto (con se stessi)

Cara lettrice sconosciuta,

ecco, mi sono scorticato le mani.

Per anni ho tenuto duro, stringendo una corda grezza di canapa con entrambe la mani.
Non è che facessi molto caso alla corda in sé. Guardavo altrove, più che altro. Allungavo il collo, cercavo di mettere a fuoco qualcosa al di là delle mie spalle, ma la corda e ciò che vi era legato non è che mi interessasse più di tanto.
Col tempo, però, tenere la corda si è fatto più faticoso, come se ciò che vi era legato stesse penzolando da un dirupo e quella corda che stringevo fosse il suo ultimo appiglio.
E oh, alla fine pesava troppo, e la corda m’è scappata.
Massì, m’è scappata, e mi ha pure scorticato le mani…

Cosa reggeva? Il mio italiano.

Per anni (10, direi), non ho fatto altro che ignorare la mia lingua. Leggevo libri in inglese, “perché la traduzione fa schifo”, guardavo serie in inglese, “perché il doppiaggio e la traduzione fanno schifo”, imparavo lo spagnolo, “perché cacchio dovrò pur parlare la lingua di dove vivo”, facevo tutto questo, “tanto l’italiano mica lo scordo”.

Ecco.

Un genio.

Dopo anni di xenofilia (o patrafobia), devo ammetterlo: ho fatto una cazzata.

Anni prima (prima di questi ultimi 10: diciamo 13) ricordo che sognavo di andare a vivere in America, e la mia cara zia organizzò un caffè con una sua amica che viveva proprio là. Parlando del più e del meno, di dritte e di possibili problemi, ricordo che dissi che me la cavavo con l’inglese, difatti consumavo già tutto in lingua, e lei ridacchiò, dicendomi: pensa che io leggo tutto in italiano, per non perderlo.
E io, dentro di me, pensai: ah ah ah, che scemata, io c’ho il dommmminio, a me mica succederebbe.

Ecco.

Un genio.

Fast-forward ai giorni nostri (dai, concedimelo): come un bambino beccato a lanciare sassi, come un figliol prodigo, come un cane rimproverato, ricomincio a leggere in italiano.
Un po’ perché Audible, mentre guido, in inglese non mi va giù. Finisce che m’ammazzo o non capisco nulla.
Un po’ perché ho seri problemi a esprimermi in italiano parlato senza sembrare straniero. Giuro, ci metto giorni a riprendere la mano, e ormai le esse e le erre mi tradiscono come nemmeno i gatti sanno farlo.
Un po’ perché, se non lo sapete, a me piace(rebbe) scrivere libri nella vita. Quel -rebbe mi obbligo a scriverlo perché a conti fatti non è che m’ammazzi a scrivere. Ma mi piace. E mi sembra di farlo bene.
Un po’ perché, quando mi nasca un erede, in che lingua gli parlerò? Creolo?
E diavolo, non posso certo scrivere bene se parlo male. Magari senza accorgermene sto scrivendo malissimo, ma tanto mi leggi solo tu, lettrice sconosciuta, e non mi critichi mai, quindi nemmeno me ne accorgo.

Idealmente leggerei più volentieri in italiano autori italiani, ma i thriller non mi piacciono e se c’è una cosa che non è cambiata in dieci anni all’estero è che gli italiani scrivono al 90% thriller.
Sto provando a farmi piacere le traduzioni, ma sono sempre sospettoso dell’Effetto Alliata, un effetto che ho battezzato così io (credo) per via dello scandalo tutto italiano scoppiato intorno alla nuova traduzione di Fatica, che smaschera quasi 60 anni di traduzione che traduzione non è, e sarebbe meglio chiamare adattamento (ma anche senza andare tirare in ballo scandali di puro marketing come questo, tutte le traduzioni fatte in epoca fascista e mai più riviste. Steinbeck, anyone?).
Poi c’è sempre il problema dello humour. A me piace Christopher Moore. A me piace How I met your mother. Ma detesto with a passion Cristoforo Brughiera, e non fatemi iniziare con E alla fine arriva mamma. Certe cose non si traducono, o non si traducono così.

Ma ci provo.
Magari perdermi qualche battuta e sfumatura è comunque meglio che perdere la mia lingua.

Ti saprò dire.

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